Parentesi 2009-2010

5 01 2010

In questi giorni sono stato invitato da alcuni amici a trarre le somme e a cercare di formulare un’analisi del quadro politico che ci lasciamo alle spalle e di quello che abbiamo di fronte a noi. In una sorta di parentesi cerco di rimettere in fila i ragionamenti condivisi in questi giorni.

Nel 2008 con la scomparsa dalle Camere dei partiti della sinistra radicale, o di quei partiti che vi si collocavano all’interno (I verdi), sono svaniti dalla rappresentanza parlamentare nel loro complesso quasi il 4% per cento degli elettori italiani e ragionevolmente anche una parte di coloro che pur non avendo votato vi si sarebbero riconosciuti. Questo spazio di rappresentanza non è stato colmato da soggetti politici o partiti, sovrapponibili per cultura o per agenda politica.

L’importanza di questo fatto così come le conseguenze sul sistema politico sono state non immediatamente visibili, anzi accolte da molti e talvolta dagli stessi sostenitori di quei partiti come un passaggio doloroso ma necessario per riformare l’area di sinistra della politica italiana. Tuttavia durante il 2009 l’assenza di questi attori politici e di un progetto articolato per la costruzione di un’alternativa di governo ha comportato ulteriori scissioni a sinistra, in se superflue, e ancora più grave una destabilizzazione di tutto il centrosinistra danneggiando forse in modo irreversibile l’avanzamento di un sistema bipolare moderno e leale verso il quale, a partire dal 1996, stavamo andando.

Senza interlocutori della sinistra di governo è venuta a mancare una presenza che fosse in grado di rappresentare e di mediare la coscienza civile radicale dei loro elettori e conseguentemente si sono indeboliti i soggetti politici, e con loro le linee, che sostenevano il bipolarismo e l’importanza di terminare il processo di modernizzazione del quadro politico.

Questo ha creato, a mio avviso, una confusione visibile fuori dai luoghi istituzionali, dove i messaggi sindacali sono tornati estremamente visibili ma troppo spesso contorti e sfumati ingabbiabili, da parte dei poteri forti, in una propaganda individualista dove la difesa dei diritti di alcune delle categorie diviene un danno ai singoli cittadini. E’ sufficiente prestare attenzione al numero di scioperi e proteste di quest’anno e al ricordo che conserviamo delle domande di cui erano mezzo per verificare quanto poco sappiamo o istintivamente giudichiamo.

La mozione di Pierluigi Bersani, la mozione che ha vinto il congresso e le primarie, è stata troppo spesso sovrapposta all’idea che il suo Partito Democratico potesse svolgere il ruolo venuto meno delle sinistre e quindi potesse ritrovare l’identità di quei partiti che avevano vinto contro il centrodestra in tante occasioni dal 1996 ad oggi (politiche, regionali e amministrative) quando, a dirlo con franchezza, la linea di Bersani aveva al suo interno una forte spinta moderata e di ristrutturazione. Alleanze mediane (UDC), tentativo di ristrutturare la forma partito con una forte spinta su una dirigenza legittimata dagli iscritti insieme ad una identificazione delle issues fortemente centrale e ad una costruzione della strategia per realizzarle estremamente partitica.

In questa progressiva assenza di punti di riferimento e di espressione la società degrada la sua espressione politica pur di sentire il suono della propria voce. Pensate al V day e a quanto poco ne è seguito nel quadro generale. Un grido che non era fatto per essere capito ma vissuto.

La fine del 2009 ci ha portato in piazza, anche se con poco entusiasmo, costretti ad indossare un colore viola la cui principale caratteristica era quella di essere rimasto inutilizzato nella tavolozza partitica. Le parole d’ordine ancora una volta erano di sfogo e di richieste irrealizzabili se non per il senso di antimafia, che ad onor del vero è tornato ad essere un traguardo ideale caricato da simboli ancora raccontabili e percorribili.

In questi primi giorni del 2010 e con la scadenza delle elezioni regionali è visibile, forse troppo visibile, il punto a cui questi elementi (e altri) ci hanno portato.

L’assenza di un progetto progressista per il paese, una visione alternativa di come vivere insieme nella società, che sia la cura non solo alla crisi economica ma alla crisi della paura, paura che potrà solo condurci indistintamente sempre di più verso un paese triste fatto da persone sole e incattivite dalla vita.





discussione verosimile

5 01 2010

Robin:”Santa Democrazia, Batman ma i partiti non hanno regole?”

Batman:”Solo se vengono fatte rispettare, Robin,”





Referen-tu

19 11 2009

Durante lo scrutinio

Durante lo scrutinio

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Il referendum sulla riforma elettorale celebrato il 21 e 22 giugno 2009 non ha raggiunto il quorum. La affluenza è stata rispettivamente di:

  • per il quesito 1 il 23,45% degli elettori
  • per il quesito 2 il 23,45% degli elettori
  • per il quesito 3 il 24,05% degli elettori

(fonte ministero degli interni)

Le analisi fatte fino ad oggi sono senz’altro valide ed interessanti, personalmente ho preferito aspettare che il dibattito si fermasse per poterne parlare a mente fredda e lucida avendo già metabolizzato un dato non entusiastico di un’esperienza importante, nella quale ho svolto un ruolo di responsabilità.

Ogni analisi politica dovrebbe riuscire ad essere solida, stabile anche nell’incertezza e quindi dovrebbe avere una forma di prudenza nel disegnare ipotesi, specie lì dove i dati a disposizione sono inferiori e meno coerenti. Mi accingo a questa breve riflessione con gli strumenti dell’appassionato e non del tecnico.

Il primo fatto è che il referendum è all’interno di un ciclo progressivo di abbandono della partecipazione:

affluenza

Ed è questa normalità che assume nei miei ragionamenti un ruolo principale perchè apparentemente nega che la spiegazione del mancato raggiungimento sia da attribuire alle pur molte stranezza ed unicità avvenute nella campagna elettorale, le stesse nelle quali faccio riferimento nella difficile diretta delle 17:00 del 22 giugno.

Questa difficoltà di cui parlo sono identificabili negli argomenti dei difensori dell’esperienza del referendum come unicum e non come parte di una tendenza.

  1. La campagna referendaria non aveva mezzi economici sufficienti
  2. La copertura mediatica è stata minima, sia sulla carta stampata che in televisione
  3. Gli argomenti del referendum erano troppo specifici o tecnici
  4. Il disinteresse dei partiti
  5. La data del voto sfavorevole per la vicinanza con le elezioni europee

Sulla quantità dei mezzi economici non ci sono molte argomentazioni che si possono usare tranne osservare che la quantità di denaro impiegata, una volta superata la quota che rende praticabile l’elezione, non è in grado di influenzare così drasticamente un risultato. Sempre osservando la tendenza e partendo dal fatto che le precedenti tornate referendarie hanno avuto una disponibilità economica drammaticamente superiore (fino a 10 volte il budget questo) ulteriori investimenti economici avrebbero avuto, a mio giudizio, un impatto meno che proporzionale. Dato il doppio della propaganda si ottiene meno del doppio dei voti.

Appare evidente, proprio osservando le affluenze che chi sostiene la non partecipazione come scelta attiva e che, di conseguenza, vorrebbe intestarsi questo 85 per cento come suo elettorato fa un operazione furbesca e (nemmeno troppo proprio) per la tendenza regolare all’abbandono delle consultazioni.

L’osservazione dello svolgimento del campagna referendaria e la piena consapevolezza della tendenza alla non partecipazione al referendum mi fa credere che in questo paese ci sia un 23 o un 24 per cento di elettori fisiologici che si informano e decidono, che per loro natura tendono ad assumere comportamenti elettorali progressisti. Il non voto si appoggia e si confonde ma non puo’ sollevarsi come un opinione politica articolata.

Il mancato raggiungimento del quorum è proprio da attribuirsi al mancato coinvolgimento sociale dei partiti che, nella loro veste iper moderna non sono più strumento di trasmissione e di stimolo dell’elaborazione politica nelle strutture di base ma piuttosto un numero ridotto di luoghi di racconto politico dove narrazioni complete vengono diffuse capillarmente dai nuovi media di massa. La popolazione democratica è costretta quindi non solo ad assistere ma nel manifestarsi di una necessità sociale è privata di quei referenti che in primo luogo sono in grado di recepire il disagio esistente ma soprattutto di trasformare il disagio in proposta politica.

Oggi ci troviamo ancora con quella legge, che continua ad essere una legge sbagliata. Siamo più deboli, perchè un corpo vivo come la società perde sempre di più la propria resilenza adattandosi ai vizi strutturali che sono intercorsi. Siamo, come attori politici, socialmente più stupidi di ieri perchè parliamo tra cittadini sempre meno e riceviamo stimoli sociali sempre minori.

Concludo con una nota di amarezza questo ragionamento che ho iniziato qualche mese fa con una battuta: “il futuro è alle nostre spalle”.





Il binario.

21 10 2009

binariQuindici anni

Il 25 ottobre gli elettori del Partito Democratico possono andare a votare per le elezioni primarie del Segretario del Partito Democratico, è la seconda volta in due anni e mentre ripercorro nella mia mente il tempo trascorso dal 14 ottobre 2007 ho la netta sensazione che siano successe più cose del previsto.

La dissoluzione del centrosinistra per mano di Bertinotti e Veltroni ha colpito con una violenza lacerante il castello di progetti e programmi che avevamo, nelle esperienze di ognuno, sedimentato in questi quindici anni.

Quindici anni iniziati con lo storico referendum che portava l’Italia da una legge elettorale proporzionale malata ad una nuova forma di elezione maggioritaria (il Mattarellum). Quindici anni che erano resi emblematici ed unici dall’apertura di quella prigione istituzionale che relegava la sinistra ad un ruolo di sola testimonianza e di irresponsabilità (un’analisi perfetta la trovate qui) nelle scelte di politica nazionale e portava i partiti di sinistra ad assumere la guida del paese già nel 1996.

Quindici anni che avremmo potuto forse festeggiare in altro modo se nell’autunno 2005 il Governo Berlusconi non avesse modificato la legge elettorale con la nuova legge Porcellum ed i due partiti maggiori, DS e Margherita, non avessero deciso di presentarsi separati.

Oggi il Governo Berlusconi gode della maggioranza parlamentare e benchè non abbia fornito risposte ne economiche, ne di governance dei problemi del paese, e stia attraversando una serie ininterrotta di scandali, il centrosinistra non riesce a costruire un’alternativa.

Alternativa

Le elezioni in Germania di ottobre ed il successo della Linke credo siano l’esempio di quanto male può fare non offrire un credibile progetto di vittoria al paese. I risultati di questa assenza di progetto sono visibili nel crollo del SPD (23,5%) e vanno guardati con attenzione perchè dei paralleli con il nostro PD sono visibili. In un sistema elettorale che premia le coalizioni i partiti che si presentano senza alleati e quindi ragionevolmente senza una concreta possibilità di vittoria non interessano alla maggior parte degli elettori.

Se oggi vogliamo costruire una proposta alternativa non possiamo prescindere da un progetto di alleanze e mediazioni culturali che sappia portare intorno ad un tavolo le migliori forze progressiste del paese, ad oggi (21-10-09) non c’e’ un progetto riconoscibile nel centrosinistra e conseguentemente non esiste l’alternativa.

La stazione

Quando avevo 12 anni esistevano dei libri chiamati librigame nei quali le scelte più significative per l’evolversi della trama erano affidate alla decisione del lettore, come se questo tra un paragrafo e l’altro potesse far scattare dei binari immaginari per decidere quale porta far imboccare all’eroe. Il 25 ottobre potrebbe essere questo, il momento in cui nella stazione in mezzo al nulla nella quale ci troviamo potremmo far scattare un ingranaggio che rimetta, finalmente, in moto tutte le ruote della nostra passione politica. Quale sarà quindi la leva da tirare?

Molti rintengono che questa leva sarà incarnata dal candidato eletto, sia esso Bersani sia Franceschini o Marino.

Su questo io la mia scelta l’ho fatta, ascoltati gli interventi alla convenzione nazionale e discusso insieme alle persone con cui condivido il mio impegno politico. Questa domenica voterò Franceschini, è un voto che darò alle parole che ha detto proprio sulle alleanze e sulle primarie anche se il segretario di transizione è stato un protagonista negli ulti due anni di molti di quei passaggi che ho rifiutato. Al voto a Franceschini l’alternativa, l’unica mi sembra, è quella di provare a riprendere un partito forte, classico, e proporlo in un sistema di istituzioni deboli incardinandolo probabilmente con un’alleanza al centro.

Voto Franceschini e la sovranità degli elettori nella vita del partito. Voto Franceschini e un quadro di alleanze che recuperi tutta la sinistra con cui possiamo costruire un progetto di governo. Per me questo è sufficiente e sono elementi che non sono in grado di ritrovare in nessuno dei due altri candidati.

La leva più importante, però, sarà la partecipazione dei cittadini alle primarie e la capacità dell’assemblea eletta di diventare l’autentica struttura del Partito Democratico e non solo un parcheggio di nomi a servizio di un ceto politico esausto.

Questo abbiamo a nostra disposizione, queste sono le armi che abbiamo e che dobbiamo usare responsabilmente cercando nel confronto non di colpire solo le debolezze dei nostri concorrenti ma piuttosto saper  riconoscere le proprie e ricordare in ogni scontro che se siamo arrivati a costruire un Partito che si incaricasse di mediare le nostre storie l’abbiamo fatto perchè da soli, vittime delle nostre identità, non ci era nemmeno più possibile immaginare di poter essere noi il progresso dell’Italia.





Si stava tanto meglio prima.

15 09 2009

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UN PARTITO APERTO PER DIFENDERE LA SOVRANITÁ DEI CITTADINI, PRECONDIZIONI PER UNA SCELTA

13 07 2009

(testo del documento inviato ai candidati annunciati al congresso preparato dal Professor Arturo Parisi con il contributo di altri parlamentari in particolare di Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Albertina Soliani e Sandra Zampa)

Il contesto nel quale il percorso congressuale del Partito Democratico prende il via, reso drammatico dalla crisi internazionale, ci ricorda che molte sono le questioni che attendono una risposta. Innanzitutto una proposta che si faccia carico dei problemi di lungo termine che sfidano il nostro Paese.

Di questa proposta noi sappiamo al momento due cose. La prima é che se i problemi a noi di fronte sono di lungo termine, di lungo termine deve essere la risposta: un progetto per il cambiamento della società non un semplice programma di governo di legislatura e meno che mai un insieme di singoli atti di governo. L’Italia è immersa in una notte profonda: le sue strutture sociali, economiche e istituzionali sono logorate. Il Paese è demoralizzato, il senso della sua civiltà è minacciato. Non saranno la speranza di consumare di più, o la maschera grottesca di un premier a trarci da una crisi che ci attraversa e ci supera per dimensione e profondità. La seconda condizione é che questo progetto deve far conto su istituzioni forti perché fortificate dall’esercizio della sovranità dei cittadini attraverso la moltiplicazione e soprattutto la valorizzazione delle occasioni di partecipazione, contrastando l’allontanamento dalla politica e la sfiducia verso le istituzioni che va diffondendosi nella società.

Per questo motivo rispetto ad ogni proposta riteniamo discriminante la difesa dell’assetto bipolare fondato su un sistema maggioritario che dia al cittadino il potere di scegliere il governo del Paese prima delle elezioni sulla base di una proposta programmatica avanzata da una alleanza politica omogenea.

Per questo motivo abbiamo scommesso sulla valorizzazione della forma partito, superando il movimentismo e lo spontaneismo che aveva segnato alcuni passaggi dell’ultimo ventennio, e, tuttavia non su un partito chiuso in sé stesso, ma un partito aperto ai cittadini che rafforzasse la sovranità dei cittadini.

Per questo chiediamo che il Partito democratico sappia rendere vero il suo nome.

Solo un partito può camminare su quel ponte che lega il passato col futuro che é rappresentato dalle istituzioni della Repubblica. Solo un partito può essere canale per la elaborazione di un progetto di lunga durata che vada oltre le legislature e i governanti di turno.

Per questo motivo abbiamo affidato la scelta del nostro futuro agli elettori demandando a loro la più importante delle scelte in un partito: la designazione del segretario politico, e allo stesso tempo una assemblea nazionale che dotata della stessa legittimazione e rappresentatività possa bilanciare il potere del segretario, evitando i rischi di un esercizio del potere isolato.

Questa designazione già anticipata nella esperienza delle primarie che in passato si sono svolte a livello di coalizione e di partito, si prospetta per la prima volta come una scelta vera e non semplicemente come la conferma e la validazione di scelte sostanzialmente già predefinite. Noi sappiamo che le parole e le regole non bastano. La nostra stessa esperienza ci ha insegnato che alle parole e alle regole non onorate dai fatti sarebbe spesso preferibile il silenzio. E tuttavia sappiamo che non ci si mette in viaggio senza una meta definita dalle parole e senza regole che guidino il cammino.

Anche se affidato per ora alle parole riteniamo perciò che la scelta alla quale ci apprestiamo sia un risultato di grande rilievo del quale il partito deve essere orgoglioso. In un tempo in cui il nostro paese patisce un restringimento degli spazi della democrazia fino alla sottrazione ai cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti come ora accade a causa della sciagurata legge lettorale vigente per il parlamento nazionale, affidare direttamente ai cittadini la scelta della guida e del massimo organo nazionale del partito é una scelta che da sola dà testimonianza della radicale diversità della nostra idea di democrazia rispetto a quella che domina il campo a noi avverso. E’ una scelta della quale é orgoglioso in particolare chi ha sperimentato direttamente le difficoltà, gli ostacoli, e le legittime incertezze che hanno segnato il percorso per arrivare fin qua.

Come abbiamo detto, nonostante la scelta diretta da parte dei cittadini, di candidati alla guida di amministrazioni locali e regionali e alla stessa guida di organi di partito sia andata moltiplicandosi, e nonostante a livello nazionale già in passato una larga partecipazione abbia dato prova dell’esistenza di una domanda di politica e di democrazia di gran lunga superiore a quella finora raccolta dagli strumenti tradizionali, questa può essere considerata una prima volta.

Questo capita grazie all’avanzamento rappresentato dalla adozione di uno statuto che interpreta e regolamenta l’orientamento verso una democrazia dei cittadini che il partito democratico ha assunto come tratto qualificante fin dalla sua nascita. Questo é tuttavia possibile anche perché, dopo il primo biennio fondativo pur segnato da contraddizioni e ritardi che abbiamo più volte denunciato, anche grazie alla ridefinizione delle appartenenze partitiche precedenti, la scelta é resa ora possibile dalla esistenza di candidature capaci ognuna di rivolgersi all’intero partito e non più solo ad una parte di esso. Anche questo, lungi dall’essere un approdo scontato, é il risultato prezioso di una serie di fattori oggettivi e soggettivi, tra i quali certamente non ultima la generosità, di chi, alzando la mano in risposta alla domanda di rischio e di responsabilità che é all’origine di ogni candidatura, ci chiedono e ci consentono per la prima volta una scelta.

La stessa possibilità di una scelta rappresenta per molti già da solo un risultato e, ripetiamo, certamente lo é. Tuttavia sarebbe un errore, e certamente una occasione perduta se, trattenuti dalla prudenza nell’avanzare o tentati dal ritorno al passato, la scelta si risolvesse in una scelta tra persone.

Noi riteniamo, infatti, che la scelta tra persone per la guida del partito trovi il suo vero significato solo se essa evoca, consente, e sostiene una scelta tra diverse linee di azione politica. Solo questo assicura la pienezza dell’esercizio della cittadinanza, e allo stesso tempo consente di mettere a frutto il percorso che ci attende nei prossimi mesi. Solo questo consente al partito di definire finalmente, nel rispetto della democrazia, un’identità corrispondente al comune progetto di dare vita ad un partito nuovo in modo nuovo.

Ridotto a scelta tra persone, il confronto, pensato per l’utilità del partito e della Repubblica, si potrebbe tradurre all’opposto in uno scontro tra persone e tra gruppi che lascerebbe alle sue spalle ulteriori macerie dando una idea del partito che ognuno di noi rifiuta. Invece di interpretare questo passaggio come un’occasione di avanzamento, ci potremmo trovare alla fine in una posizione ancora più arretrata di quella di partenza.

Per questo motivo, pur riconoscendo gli aspetti comunque positivi presenti in questo passaggio, pensiamo che lungo questo cammino non possiamo stare fermi. Ancora una volta non progredire equivale ad arretrare.

Diciamo questo guidati dalla convinzione che da sempre abbiamo avuto nella necessità del Pd. Lo diciamo sulla base della esperienza di questi anni in gran parte sprecati. Lo diciamo tuttavia anche allarmati dai primi segnali che dentro il cammino che inizia vanno manifestandosi. Se non si interviene tempestivamente e con decisione, la prospettiva sembra nell’immediato quella di una competizione tra aggregati di spezzoni del passato ognuno diviso dall’altro a partire da vicende particolari, e allo stesso tempo privi di una riconoscibile ragione politica comune declinata al futuro.

Il chi, precede di troppo il perché. Comprensibilmente, anche se non correttamente, l’attenzione finisce per concentrarsi sul chi-sta-con-chi piuttosto che sul che-fare. Anche a causa della legge elettorale che, spogliando gli elettori delle proprie prerogative, ha conferito alle segreterie un potere di nomina, il confronto, invece di orientarsi verso una libera scelta espressa a conclusione di una valutazione, sulla base di un giudizio comparativo di natura politica, tende a configurarsi come il posizionamento all’interno di alleanze precostituite, definite in genere sulla base di appartenenze passate, con la preoccupazione di garantire e proteggere chi contribuisce alla vittoria, a prescindere dalla condivisione o meno di una linea politica. Urge mettere al centro del confronto la politica. Non possiamo permetterci di sprecare tre mesi preziosi esaurendoci in un confronto ossessionato dal potere interno che appare estraneo e incomprensibile alle ansie dei cittadini. Ancora più urgente é volgere questo confronto al futuro.

Il riorientamento della nostra attenzione verso il futuro sarà tuttavia possibile solo a partire da un giudizio condiviso sulla nostra passata esperienza di governo attraverso una analisi guidata da uno spirito di verità. La nostra credibilità come partito di governo per il futuro non é infatti compatibile con una superficiale liquidazione della nostra azione passata.

Questo non esclude il riconoscimento del concorso di cause oggettive e di errori soggettivi all’origine del nesso tutt’altro che virtuoso che, con responsabilità di tutti, si stabilì tra costituzione del Pd e esercizio della responsabilità di governo nel quadro di una coalizione già di per sé difficile e complessa.

Per questo motivo, mentre difendiamo nell’interesse degli iscritti e degli elettori, e quindi del partito, il nostro diritto di poter scegliere a ragion veduta, ci permettiamo di rivolgerci a tutti i candidati perché aiutino questa scelta chiedendo se e in che misura condividano alcune convinzioni per noi di fondo, e, nel caso, svolgano dentro lo stesso percorso congressuale la loro azione in coerenza con questa preoccupazione. Queste le condizioni per fare del percorso che ci attende una occasione di crescita:

1. Indirizzare e pensare fin dal primo momento il confronto tra le diverse proposte politiche avanti agli elettori, riconoscendo come protagonisti e primi destinatari della nostra proposta quelli che sono comunque decisori finali: i cittadini, nostri elettori, difendendo e confermando con chiarezza la scelta per il modello di partito aperto attraverso il loro stabile coinvolgimento in elezioni primarie. Solo l’assicurazione che il voto al quale li chiamiamo ad ottobre non sarà l’ultimo può costituire il presupposto di una larga partecipazione. La condizione che la proposta e la candidatura avanzate dispongano tra gli iscritti del sostegno previsto dallo statuto deve essere considerata come la certificazione indispensabile del radicamento della proposta nella esperienza del partito e del sicuro riconoscimento del candidato da parte della comunità dei militanti. Il confronto tra le proposte deve tuttavia rivolgersi e competere per il consenso dei cittadini piuttosto che per l’ultimo tesserato e spesso per l’ultima tessera.

2. Fare di questa occasione un passaggio fondamentale che consenta agli iscritti ed elettori di rimescolarsi a partire dalle diverse idee politiche che legittimamente si contendono il campo, superando così le precedenti provenienze partitiche.

3. Per consentire ai votanti una scelta consapevole, ogni candidato assicuri la riconoscibilità della sua proposta politica, evitando di associare alla sua candidatura una pluralità di proposte, e una pluralità di proponenti, spesso ispirati a linee politiche tra loro disomogenee. Si concentri l’attenzione e il confronto dei cittadini sulla sintesi proposta dal candidato segretario invece di alimentare la competizione e la conta oltre che tra i candidati tra le diverse e contrastanti posizioni dei suoi sostenitori. Si presenti pertanto per ogni candidato una sola lista, e si eviti altresì di riproporre ticket in qualsiasi modalità essi vengano proposti.

4. Rispettare l’autonomia delle regioni. Domande diverse chiedono risposte diverse. I congressi regionali non sono la fase regionale di quello nazionale. Anche se lo statuto prevede la contemporaneità dei congressi regionali con quello nazionale, solo una nitida e coerente contrapposizione di concezioni del partito giustificherebbe la coartazione della autonomia delle singole regioni attraverso il trasferimenti meccanico delle divisioni nazionali in sede regionale.

5. Impegnare il partito attorno all’obiettivo della riforma della legge elettorale assunto come priorità assoluto. Le prossime elezioni politiche non possono avere ancora una volta come risultato un parlamento di nominati.

I punti ora esposti toccano evidentemente solo in parte la gamma di temi che la proposta dei candidati non può non affrontare. La loro natura li propone tuttavia, distintamente e nel loro complesso, come un fondamentale criterio per la valutazione della proposta dei singoli candidati.





YouTube – We Are The Ones Song by will.i.am – Obama

7 05 2009




Il referendum, il paese ed io

25 04 2009

Questo giugno, probabilmente il 21, saremo chiamati a votare per un referendum parzialmente abrogativo dell’attuale legge elettorale che il suo estensore ha definito in una famosa intervista di Enrico Mentana a Matrix come “una porcata”.

Il referendum elettorale si sarebbe dovuto celebrare nella primavera del 2008 ma lo scioglimenti delle camere e l’indizione di nuove elezioni politica, come previsto dalla legge, l’aveva fatto scivolare di un anno.

Il referendum è composto da 3 quesiti come riassunto in questa tabella:

tre_quesiti2047_imgjpgIl primo ed il secondo quesito quindi spostano il premio di maggioranza alla lista elettorale più votata mentre il terzo elimina la possibilità di candidarsi in più regioni contemporaneamente.

Il premio di maggioranza quindi viene dato a quella lista che si è presentata alle elezioni che ottiene più voti su riparto nazionale per la camera e su riparto regionale per il senato. Questo schema, per quanto non curi il vulnus della liste bloccate, è propriamente bipolare incoraggia infatti le forze politiche a creare piattaforme plurali per ottenere la maggioranza per poi raggiunte le Camere organizzarsi in gruppi parlamentari.

Nella pratica questo significa che per avere possibilità di vincere gli attori politici che sostengono una piattaforma comune dovrebbero cercare una sintesi sia in termini di candidature che in termini di programma com’era stato praticato nella composizione delle candidature uninominali del mattarellum.

E’ anche vero che basterebbe una lista del 26 % per ottenere la maggioranza assoluta in parlamento ma questa è un ipotesi accademica che non tiene conto della spinta aggregativa di forza che questo sistema garantirebbe. Per questo motivo ne sostengo il valore bipolare in un momento in cui questo è messo in difficoltà da nostalgici del proporzionale che nella ricerca di una funzione di influenza decisiva dimenticano l’oggettiva difficoltà di portare a termine una legislatura.

Tra le critiche che sento più spesso ce ne sono due ricorrenti che cerco di sintetizzare e di dare una personale risposta:

1. L’aiuto a Berlusconi

vauro_berlusca_napoleone_2006Costruire una legge elettorale che premi una lista in un momento in cui nel paese esiste una forza, il PDL, che ha saputo accentrare i suoi consensi  nella misura del 42% secondo un sondaggio dell’istituto ISPO s.r.l. del 14/4/2009 significa garantire la vittoria a Berlusconi? Ritengo che anche in questo caso si parli per situazioni che non ci sono, per adynaton, che se sottoposti ad un nuovo quadro elettorale non necessariamente è replicabile la debacle assoluta di un intero polo.

Personalmente ritengo invece vero il contrario che è stata proprio l’idea dell’autosufficienza ad indebolire l’idea del centrosinistra che viveva, ammettiamolo, di un vigoroso dibattito interno costretto ad una mediazione continua che in democrazia è un valore.

2.Una migliore legge in parlamento

L’altro appunto è che in un buon passaggio parlamentare si potrebbe costruire una legge migliore. Questa affermazione è assolutamente vera, com’era vero che mezz’ora prima di Morire Lapalisse era vivo. Il parlamento gode certamente dell’iniziativa legislativa eppure è un fatto che dal giorno in cui la legge elettorale firmata da Calderoli è entrata in vigore non è stata toccata, anzi si potrebbe anche sostenere che l’unico motivo di dibattito sull’attuale legge elettorale sia nato proprio in funzione di questo referendum e che senza questa consultazione non solo rimarrebbe lì per sempre essendo in fondo di per se stessa “comoda”.

Il referendum è fissato, 821000 persone l’hanno chiesto con la loro firma e spetta a noi  rendere il cambiamento possibile.

Io sono felice di poter fare la mia parte nel comitato referendario nazionale e farò quanto potrò perchè il risultato sia raggiunto.





Mal Comune nessun gaudio

9 03 2009

a Federazione Nazionale della Stampa Italianacomunica:

“Mal comune… niente gaudio. Con questo slogan le donne dei sindacati vogliono denunciare , in occasione dell’ 8 marzo, una realtà innegabile: neanche la crisi economica è uguale per tutti. La disoccupazione colpisce le donne, ancora più degli uomini, mentre il differenziale salariale aggrava lo stato delle cose.

La Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Cgil, Cisl, Uil e Ugl lanciano un’iniziativa unitaria per segnalare questa disparità costante e crescente e sostenere la necessità di una mobilitazione delle donne e del mondo del lavoro.

Le iniziative già avviate – una lettera in merito al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la richiesta di audizioni parlamentari – e quelle future, e i contenuti approfonditi di una ricerca sulla disparità salariale tra donne e uomini in Italia saranno illustrati in una conferenza stampa dalle rappresentanti di tutte le sigle sindacali lunedì 9 marzo 2009 alle 15 presso la Federazione Nazionale della Stampa, corso Vittorio Emanuele 349, Roma”.





Appello per la democrazia

21 01 2009

Tutto il mondo guarda con ammirazione alla straordinaria capacità di rinnovamento della società americana, al grande esempio di democrazia offerto dalle primarie e dal civilissimo confronto tra i candidati alla Casa Bianca. Il carattere, la storia, la cultura di quella società sono stati determinanti. Ma nulla sarebbe stato possibile se la vita pubblica degli Stati Uniti non fosse basata su alcune regole fondamentali, che ne fanno una democrazia aperta, incompatibile con qualunque chiusura dall’alto.

Queste regole sono innanzitutto:

1) le primarie, che affidano ai cittadini la scelta di ogni candidatura;

2) il collegio uninominale maggioritario, che crea un solido legame tra eletto ed elettore;

3) la scelta popolare del governo;

4) il bipartitismo,  che porta chiarezza e stabilità;

5) la separazione dei poteri e la reale autonomia delle diverse istituzioni.

Noi siamo invece  impantanati in una transizione infinita che ha condotto a un Parlamento nominato dai capipartito. E le dichiarazioni di chi vuole imitare Barack Obama rendono ancora più evidente la distanza. Perché da noi non nascerà alcun Obama e non vedremo grandi cambiamenti se non rompiamo gli schemi che ingessano la politica.

Nel momento in cui, per uscire dalla transizione, si guarda a grandi modelli, noi proponiamo di assumere come punto di riferimento proprio la  democrazia americana, perché crediamo che sia la strada giusta per rinnovare davvero la nostra vita pubblica. E’ una convinzione che accomuna già una larga parte degli italiani. E noi, come liberi cittadini, vogliamo dar voce insieme a loro a questa grande speranza  di cambiamento.