Dopo Bazarov e dopo George Lucas insieme alle ultime due tappe delle primarie dovrebbe dirsi conclusa la lunga ed estenuante corsa dei due candidati alla nomination del partito Democratico americano. Obama nelle ultime due primarie ha raggiunto la soglia dei 2118 delegati che gli assicurano il formale passaggio nella convention di Denver che sancirà il nome del candidato alla presidenza degli Stati Uniti.
Barack Obama in meno di un anno dalla sua uscita alla ribalta si è trasformato da giovane senatore dello stato dell’Illinois nel candidato più forte e credibile per combattere la sfida politica del 2008, le elezioni presidenziali scalzando i Clinton che sembravano aver già dal primo giorno messo al sicuro 8 nuovi anni di presidenza.
Uso il condizionale nel consegnare, da questo blog che è nato sostenendolo, la nomination a Barack Obama perché continuiamo a scrivere pagine nuove nella storia del meccanismo delle primarie e dei passaggi formali che determineranno il candidato del partito democratico.
Raramente le primarie USA si erano protratte fino a questo con una forbice concretamente esigua di delegati per l’uno o per l’altro candidato. E’ necessario ricordare come il partito democratico avrà un numero considerevole di super delegati quindi non eletti ma membri di diritto dell’assemblea (una cosa che sembra ricordare il nostro PD) ancora non orientati che potrebbero votare la Clinton non tanto per farla vincere ma per indebolire Obama per il quale si è aperta una fase difficile, ancora più difficile: riunire compattamente il partito alle sue spalle.
Rimaniamo ora ancora con il fiato sospeso sul ticket che è ancora in discussione ed è tutt’altro che scontato. Hillary è stata un candidato sicuramente troppo aggressivo e old style mentre Obama ha cercato di differenziarsi il più possibile nei toni più che nei temi. Il Dream ticket rischia di essere il peggiore errore di questa campagna, un segno inequivocabile di incertezza tra il nuovo e il vecchio. Errore anche questo già vissuto da noi.
Noi e loro. Del partito democratico made in USA nessuno capisce quasi nulla e tutti ne parlano. Il partito democratico non è una macchina elettorale anche se l’alto numero delle cariche ed i continui momenti di campagna elettorale sembrano definirlo cosi. Il partito democratico ha nei suoi modi interni e nelle sue strutture in maniera endemica la divisione dei poteri. I membri che corrono per gli incarichi legislativi si comportano con una certa attitudine di fronte le issues rispetto a come si comportano le persone con incarichi esecutivi. Non è raro che una casa bianca democratica si sia scontrata con un congresso democratico. E se la vittoria sarà possibile per i democrats sarà in larga parte per la piccola rivoluzione di Howard Dean e della sua strategia dei cinquanta stati, cosa che se qualcuno da noi imparasse o studiasse non farebbe nessun danno.
Veltronismo e Obamismo
Due cose diverse unite dalla novità e da un’idea della mitologia kennediana delle nuova frontiera democratica e dalla mistica dell’impegno. Del leader come incarnazione degli aspetti migliori della società che vuole rappresentare insieme con una sorta di riscatto della cultura POP, svalutata troppo spesso dagli intellettuali e di conseguenza dal ceto politico. La diversità, che è ciò che più conta, segna la sconfitta del Veltroni e della difficoltà del nostro PD al quale manca un Howard Dean è proprio nella sola vicinanza delle condizioni dei due uomini e nella lontananza rispetto al protagonismo diffuso del nuovo corso democratico americano che si può leggere il nostro crollo. Il nostro PD e la nostra campagna elettorale, dalle primarie in poi sono state la corsa di singoli sui quali catapultare le nostre attese nella speranza che non solo potessero incarnarle ma al pari di uno schermo potessero nascondere tutto quanto di vecchio da noi era rimasto.
Veltroni si è fatto carico di un assolo durato mesi mentre il mondo insieme alla normalità e al desiderio di nuova solidarietà sociale, quell’e pluribus unum, chiedeva partecipazione in prima persona in qualità di attori principali. Lo chiedevano i quadri, lo chiedevano gli attivisti ed i cittadini che per qualche ragione a me sconosciuta non entrano nei partiti. La mia forza siete voi, ha ripetuto ossessivamente Obama mentre affianco del suo carisma il lavoro di migliaia di carismi costruivano un grande sogno di andare tutti alla casa bianca. Anch’io mi sono sentito in corsa per la White house insieme con lui, neanche ci avessi fatto un ticket.
Barack non ha mai letto una lettera, Diego Bianchi non l’ha detto in questi termini ma mi ha spinto tramite il suo blog a questo parallelo. Le lettere si scrivono a babbo natale non alla persona con cui stai cambiando il mondo. Con cui non da cui ti aspetti il cambiamento del mondo.
Forse non abbiamo capito che la nostra piccola rivoluzione è avvenuta solo nel ceto politico da parte del ceto politico in un sistema che alla domanda di normalizzazione risponde odiosamente ed capace di dire solo “fate silenzio, stiamo cercando di lavorare”.