La forza è con lui

4 06 2008

Dopo Bazarov e dopo George Lucas insieme alle ultime due tappe delle primarie dovrebbe dirsi conclusa la lunga ed estenuante corsa dei due candidati alla nomination del partito Democratico americano. Obama nelle ultime due primarie ha raggiunto la soglia dei 2118 delegati che gli assicurano il formale passaggio nella convention di Denver che sancirà il nome del candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Barack Obama in meno di un anno dalla sua uscita alla ribalta si è trasformato da giovane senatore dello stato dell’Illinois nel candidato più forte e credibile per combattere la sfida politica del 2008, le elezioni presidenziali scalzando i Clinton che sembravano aver già dal primo giorno messo al sicuro 8 nuovi anni di presidenza.

Uso il condizionale nel consegnare, da questo blog che è nato sostenendolo, la nomination a Barack Obama perché continuiamo a scrivere pagine nuove nella storia del meccanismo delle primarie e dei passaggi formali che determineranno il candidato del partito democratico.

Raramente le primarie USA si erano protratte fino a questo con una forbice concretamente esigua di delegati per l’uno o per l’altro candidato. E’ necessario ricordare come il partito democratico avrà un numero considerevole di super delegati quindi non eletti ma membri di diritto dell’assemblea (una cosa che sembra ricordare il nostro PD) ancora non orientati che potrebbero votare la Clinton non tanto per farla vincere ma per indebolire Obama per il quale si è aperta una fase difficile, ancora più difficile: riunire compattamente il partito alle sue spalle.

Rimaniamo ora ancora con il fiato sospeso sul ticket che è ancora in discussione ed è tutt’altro che scontato. Hillary è stata un candidato sicuramente troppo aggressivo e old style mentre Obama ha cercato di differenziarsi il più possibile nei toni più che nei temi. Il Dream ticket rischia di essere il peggiore errore di questa campagna, un segno inequivocabile di incertezza tra il nuovo e il vecchio. Errore anche questo già vissuto da noi.

Noi e loro. Del partito democratico made in USA nessuno capisce quasi nulla e tutti ne parlano. Il partito democratico non è una macchina elettorale anche se l’alto numero delle cariche ed i continui momenti di campagna elettorale sembrano definirlo cosi. Il partito democratico ha nei suoi modi interni e nelle sue strutture in maniera endemica la divisione dei poteri. I membri che corrono per gli incarichi legislativi si comportano con una certa attitudine di fronte le issues rispetto a come si comportano le persone con incarichi esecutivi. Non è raro che una casa bianca democratica si sia scontrata con un congresso democratico. E se la vittoria sarà possibile per i democrats sarà in larga parte per la piccola rivoluzione di Howard Dean e della sua strategia dei cinquanta stati, cosa che se qualcuno da noi imparasse o studiasse non farebbe nessun danno.

Veltronismo e Obamismo

Due cose diverse unite dalla novità e da un’idea della mitologia kennediana delle nuova frontiera democratica e dalla mistica dell’impegno. Del leader come incarnazione degli aspetti migliori della società che vuole rappresentare insieme con una sorta di riscatto della cultura POP, svalutata troppo spesso dagli intellettuali e di conseguenza dal ceto politico. La diversità, che è ciò che più conta, segna la sconfitta del Veltroni e della difficoltà del nostro PD al quale manca un Howard Dean è proprio nella sola vicinanza delle condizioni dei due uomini e nella lontananza rispetto al protagonismo diffuso del nuovo corso democratico americano che si può leggere il nostro crollo. Il nostro PD e la nostra campagna elettorale, dalle primarie in poi sono state la corsa di singoli sui quali catapultare le nostre attese nella speranza che non solo potessero incarnarle ma al pari di uno schermo potessero nascondere tutto quanto di vecchio da noi era rimasto.

Veltroni si è fatto carico di un assolo durato mesi mentre il mondo insieme alla normalità e al desiderio di nuova solidarietà sociale, quell’e pluribus unum, chiedeva partecipazione in prima persona in qualità di attori principali. Lo chiedevano i quadri, lo chiedevano gli attivisti ed i cittadini che per qualche ragione a me sconosciuta non entrano nei partiti. La mia forza siete voi, ha ripetuto ossessivamente Obama mentre affianco del suo carisma il lavoro di migliaia di carismi costruivano un grande sogno di andare tutti alla casa bianca. Anch’io mi sono sentito in corsa per la White house insieme con lui, neanche ci avessi fatto un ticket.

Barack non ha mai letto una lettera, Diego Bianchi non l’ha detto in questi termini ma mi ha spinto tramite il suo blog a questo parallelo. Le lettere si scrivono a babbo natale non alla persona con cui stai cambiando il mondo. Con cui non da cui ti aspetti il cambiamento del mondo.

Forse non abbiamo capito che la nostra piccola rivoluzione è avvenuta solo nel ceto politico da parte del ceto politico in un sistema che alla domanda di normalizzazione risponde odiosamente ed capace di dire solo “fate silenzio, stiamo cercando di lavorare”.





The nominee

8 05 2008


Nella notte delle primarie in Indiana e in North Carolina si è creato un pareggio che ha le caratteristiche della vittoria per il senatore dell’Illinois Barack Obama. Una vittoria di oltre 15 punti, che gli ha permesso di superare l’asticella psicologica impostagli dai media, è molto più importante una sconfitta di appena 10 mila voti in Indiana, uno stato il cui elettorato è composto in larghissima parte da un voto bianco e borghese.

Ancora più importante nel definire l’importanza di questa vittoria è il momento di guerrilla mediatica al quale Barack Obama è stato sottoposto a causa delle incendiarie affermazioni del reverendo Wright, guida della Unite Trinity Church of Christ, che erano suonate come una zavorra difficilmente gestibile nel racconto della campagna.

La nomination anche se probabile non è scontata ed in larga parte è affidata al ritiro volontario da parte della Clinton che in queste ore è posta sotto assedio dai media nazionali che sentenziano un KO tecnico, segnale a mio giudizio che lo stato maggiore del partito democratico guidato dal generale Dean ha maturato la convinzione che Obama è ormai il vincitore avendo dalla sua il numero più alto di delegati nominati, di voto popolare (assoluto), e di stati vinti.

Nessuno puo’ tuttavia costringere Hillary Clinton alla ritirata e ci sono gli elementi per temere che la corsa continui per almeno un altro mese fino al fatidico momento della convention democratica di giugno. In base alla documentazione presentata in queste ore alla corte la Clinton avrebbe iniettato più di 6,4 milioni di dollari nel proprio fondo. Il che sommato al precedente prestito porta la somma spesa dai Clinton a 11,4 milioni.

Non ci resta che aspettare le prossime ore





Texas, Our Texas! all hail the mighty State!

5 03 2008

Lo scrutinio per le primarie democratiche statunitensi che doveva sancire in modo definitivo il nome del futuro candidato alla presidenza si è nuovamente concluso con un nulla di fatto. Obama riesce a contenere in Texas, che vale come una vittoria ma è in Ohio dove non è riuscito ad arginare l’elettorato di appartenenza della Clinton. Entrambi i candidati ora arriveranno fino alla convention dove saranno i superdelegates ad essere determinanti e qualcuno sta sollevando la leggittimità di una tale delega ad un insieme di nomi che non sono stati scelti con questo fondamentale mandato. Da adesso si entra in un territorio relativamente nuovo, non sono frequenti i casi in cui le primarie si spingono fino alla fine senza essere già decise, e questa battuta di arresto riposiziona Obama come underdog, ruolo che ha dimostrato di saper gestire in modo efficace ma sarà sufficiente?  Da domani, a mio parere, Dean troverà nella sua segreteria diversi messaggi. Intanto aspettiamo il ritorno dell’Obama Girl.

 





Piangere…

8 01 2008

Le lacrime di Hillary Clinton mi lasciano sopreso. Non mi aspettavo che tutta questa gente ci credesse.Parliamo di una professionista, non di una che si improvvisa, anzi che sul piano della mera teoria del marketing politico sta interpretando tutte le pagine del manuale (compresi i retrocopertina) a differenza di Barack Obama che ne sta scrivendo di nuove.Piangere per attirarsi simpatie e per interrompere il fuoco incrociato dei suoi avversari… Puo’ servire, ma solo a questo.Verrà messa alle strette con argomentazioni del calibro de: “il sangue freddo di cui necessita un comandante in capo”  oppure “come puo’ una persona emotivamente fragile avere il dito sul bottone rosso”, leit motiv che ancora molti giornalisti in Italia non riescono ad afferrare.Ancora più incredibile l’attenzione suscitata dalla voce del ritiro che è stato un puro atto di squatting mediatico del suo staff, cosa che ha paralizzato il racconto delle primarie almeno per qualche ora.  Stay tuned on the results…