Referen-tu

19 11 2009

Durante lo scrutinio

Durante lo scrutinio

This movie requires Adobe Flash for playback.

Il referendum sulla riforma elettorale celebrato il 21 e 22 giugno 2009 non ha raggiunto il quorum. La affluenza è stata rispettivamente di:

  • per il quesito 1 il 23,45% degli elettori
  • per il quesito 2 il 23,45% degli elettori
  • per il quesito 3 il 24,05% degli elettori

(fonte ministero degli interni)

Le analisi fatte fino ad oggi sono senz’altro valide ed interessanti, personalmente ho preferito aspettare che il dibattito si fermasse per poterne parlare a mente fredda e lucida avendo già metabolizzato un dato non entusiastico di un’esperienza importante, nella quale ho svolto un ruolo di responsabilità.

Ogni analisi politica dovrebbe riuscire ad essere solida, stabile anche nell’incertezza e quindi dovrebbe avere una forma di prudenza nel disegnare ipotesi, specie lì dove i dati a disposizione sono inferiori e meno coerenti. Mi accingo a questa breve riflessione con gli strumenti dell’appassionato e non del tecnico.

Il primo fatto è che il referendum è all’interno di un ciclo progressivo di abbandono della partecipazione:

affluenza

Ed è questa normalità che assume nei miei ragionamenti un ruolo principale perchè apparentemente nega che la spiegazione del mancato raggiungimento sia da attribuire alle pur molte stranezza ed unicità avvenute nella campagna elettorale, le stesse nelle quali faccio riferimento nella difficile diretta delle 17:00 del 22 giugno.

Questa difficoltà di cui parlo sono identificabili negli argomenti dei difensori dell’esperienza del referendum come unicum e non come parte di una tendenza.

  1. La campagna referendaria non aveva mezzi economici sufficienti
  2. La copertura mediatica è stata minima, sia sulla carta stampata che in televisione
  3. Gli argomenti del referendum erano troppo specifici o tecnici
  4. Il disinteresse dei partiti
  5. La data del voto sfavorevole per la vicinanza con le elezioni europee

Sulla quantità dei mezzi economici non ci sono molte argomentazioni che si possono usare tranne osservare che la quantità di denaro impiegata, una volta superata la quota che rende praticabile l’elezione, non è in grado di influenzare così drasticamente un risultato. Sempre osservando la tendenza e partendo dal fatto che le precedenti tornate referendarie hanno avuto una disponibilità economica drammaticamente superiore (fino a 10 volte il budget questo) ulteriori investimenti economici avrebbero avuto, a mio giudizio, un impatto meno che proporzionale. Dato il doppio della propaganda si ottiene meno del doppio dei voti.

Appare evidente, proprio osservando le affluenze che chi sostiene la non partecipazione come scelta attiva e che, di conseguenza, vorrebbe intestarsi questo 85 per cento come suo elettorato fa un operazione furbesca e (nemmeno troppo proprio) per la tendenza regolare all’abbandono delle consultazioni.

L’osservazione dello svolgimento del campagna referendaria e la piena consapevolezza della tendenza alla non partecipazione al referendum mi fa credere che in questo paese ci sia un 23 o un 24 per cento di elettori fisiologici che si informano e decidono, che per loro natura tendono ad assumere comportamenti elettorali progressisti. Il non voto si appoggia e si confonde ma non puo’ sollevarsi come un opinione politica articolata.

Il mancato raggiungimento del quorum è proprio da attribuirsi al mancato coinvolgimento sociale dei partiti che, nella loro veste iper moderna non sono più strumento di trasmissione e di stimolo dell’elaborazione politica nelle strutture di base ma piuttosto un numero ridotto di luoghi di racconto politico dove narrazioni complete vengono diffuse capillarmente dai nuovi media di massa. La popolazione democratica è costretta quindi non solo ad assistere ma nel manifestarsi di una necessità sociale è privata di quei referenti che in primo luogo sono in grado di recepire il disagio esistente ma soprattutto di trasformare il disagio in proposta politica.

Oggi ci troviamo ancora con quella legge, che continua ad essere una legge sbagliata. Siamo più deboli, perchè un corpo vivo come la società perde sempre di più la propria resilenza adattandosi ai vizi strutturali che sono intercorsi. Siamo, come attori politici, socialmente più stupidi di ieri perchè parliamo tra cittadini sempre meno e riceviamo stimoli sociali sempre minori.

Concludo con una nota di amarezza questo ragionamento che ho iniziato qualche mese fa con una battuta: “il futuro è alle nostre spalle”.





Il binario.

21 10 2009

binariQuindici anni

Il 25 ottobre gli elettori del Partito Democratico possono andare a votare per le elezioni primarie del Segretario del Partito Democratico, è la seconda volta in due anni e mentre ripercorro nella mia mente il tempo trascorso dal 14 ottobre 2007 ho la netta sensazione che siano successe più cose del previsto.

La dissoluzione del centrosinistra per mano di Bertinotti e Veltroni ha colpito con una violenza lacerante il castello di progetti e programmi che avevamo, nelle esperienze di ognuno, sedimentato in questi quindici anni.

Quindici anni iniziati con lo storico referendum che portava l’Italia da una legge elettorale proporzionale malata ad una nuova forma di elezione maggioritaria (il Mattarellum). Quindici anni che erano resi emblematici ed unici dall’apertura di quella prigione istituzionale che relegava la sinistra ad un ruolo di sola testimonianza e di irresponsabilità (un’analisi perfetta la trovate qui) nelle scelte di politica nazionale e portava i partiti di sinistra ad assumere la guida del paese già nel 1996.

Quindici anni che avremmo potuto forse festeggiare in altro modo se nell’autunno 2005 il Governo Berlusconi non avesse modificato la legge elettorale con la nuova legge Porcellum ed i due partiti maggiori, DS e Margherita, non avessero deciso di presentarsi separati.

Oggi il Governo Berlusconi gode della maggioranza parlamentare e benchè non abbia fornito risposte ne economiche, ne di governance dei problemi del paese, e stia attraversando una serie ininterrotta di scandali, il centrosinistra non riesce a costruire un’alternativa.

Alternativa

Le elezioni in Germania di ottobre ed il successo della Linke credo siano l’esempio di quanto male può fare non offrire un credibile progetto di vittoria al paese. I risultati di questa assenza di progetto sono visibili nel crollo del SPD (23,5%) e vanno guardati con attenzione perchè dei paralleli con il nostro PD sono visibili. In un sistema elettorale che premia le coalizioni i partiti che si presentano senza alleati e quindi ragionevolmente senza una concreta possibilità di vittoria non interessano alla maggior parte degli elettori.

Se oggi vogliamo costruire una proposta alternativa non possiamo prescindere da un progetto di alleanze e mediazioni culturali che sappia portare intorno ad un tavolo le migliori forze progressiste del paese, ad oggi (21-10-09) non c’e’ un progetto riconoscibile nel centrosinistra e conseguentemente non esiste l’alternativa.

La stazione

Quando avevo 12 anni esistevano dei libri chiamati librigame nei quali le scelte più significative per l’evolversi della trama erano affidate alla decisione del lettore, come se questo tra un paragrafo e l’altro potesse far scattare dei binari immaginari per decidere quale porta far imboccare all’eroe. Il 25 ottobre potrebbe essere questo, il momento in cui nella stazione in mezzo al nulla nella quale ci troviamo potremmo far scattare un ingranaggio che rimetta, finalmente, in moto tutte le ruote della nostra passione politica. Quale sarà quindi la leva da tirare?

Molti rintengono che questa leva sarà incarnata dal candidato eletto, sia esso Bersani sia Franceschini o Marino.

Su questo io la mia scelta l’ho fatta, ascoltati gli interventi alla convenzione nazionale e discusso insieme alle persone con cui condivido il mio impegno politico. Questa domenica voterò Franceschini, è un voto che darò alle parole che ha detto proprio sulle alleanze e sulle primarie anche se il segretario di transizione è stato un protagonista negli ulti due anni di molti di quei passaggi che ho rifiutato. Al voto a Franceschini l’alternativa, l’unica mi sembra, è quella di provare a riprendere un partito forte, classico, e proporlo in un sistema di istituzioni deboli incardinandolo probabilmente con un’alleanza al centro.

Voto Franceschini e la sovranità degli elettori nella vita del partito. Voto Franceschini e un quadro di alleanze che recuperi tutta la sinistra con cui possiamo costruire un progetto di governo. Per me questo è sufficiente e sono elementi che non sono in grado di ritrovare in nessuno dei due altri candidati.

La leva più importante, però, sarà la partecipazione dei cittadini alle primarie e la capacità dell’assemblea eletta di diventare l’autentica struttura del Partito Democratico e non solo un parcheggio di nomi a servizio di un ceto politico esausto.

Questo abbiamo a nostra disposizione, queste sono le armi che abbiamo e che dobbiamo usare responsabilmente cercando nel confronto non di colpire solo le debolezze dei nostri concorrenti ma piuttosto saper  riconoscere le proprie e ricordare in ogni scontro che se siamo arrivati a costruire un Partito che si incaricasse di mediare le nostre storie l’abbiamo fatto perchè da soli, vittime delle nostre identità, non ci era nemmeno più possibile immaginare di poter essere noi il progresso dell’Italia.





Si stava tanto meglio prima.

15 09 2009

serieta-governo-p





UN PARTITO APERTO PER DIFENDERE LA SOVRANITÁ DEI CITTADINI, PRECONDIZIONI PER UNA SCELTA

13 07 2009

(testo del documento inviato ai candidati annunciati al congresso preparato dal Professor Arturo Parisi con il contributo di altri parlamentari in particolare di Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Albertina Soliani e Sandra Zampa)

Il contesto nel quale il percorso congressuale del Partito Democratico prende il via, reso drammatico dalla crisi internazionale, ci ricorda che molte sono le questioni che attendono una risposta. Innanzitutto una proposta che si faccia carico dei problemi di lungo termine che sfidano il nostro Paese.

Di questa proposta noi sappiamo al momento due cose. La prima é che se i problemi a noi di fronte sono di lungo termine, di lungo termine deve essere la risposta: un progetto per il cambiamento della società non un semplice programma di governo di legislatura e meno che mai un insieme di singoli atti di governo. L’Italia è immersa in una notte profonda: le sue strutture sociali, economiche e istituzionali sono logorate. Il Paese è demoralizzato, il senso della sua civiltà è minacciato. Non saranno la speranza di consumare di più, o la maschera grottesca di un premier a trarci da una crisi che ci attraversa e ci supera per dimensione e profondità. La seconda condizione é che questo progetto deve far conto su istituzioni forti perché fortificate dall’esercizio della sovranità dei cittadini attraverso la moltiplicazione e soprattutto la valorizzazione delle occasioni di partecipazione, contrastando l’allontanamento dalla politica e la sfiducia verso le istituzioni che va diffondendosi nella società.

Per questo motivo rispetto ad ogni proposta riteniamo discriminante la difesa dell’assetto bipolare fondato su un sistema maggioritario che dia al cittadino il potere di scegliere il governo del Paese prima delle elezioni sulla base di una proposta programmatica avanzata da una alleanza politica omogenea.

Per questo motivo abbiamo scommesso sulla valorizzazione della forma partito, superando il movimentismo e lo spontaneismo che aveva segnato alcuni passaggi dell’ultimo ventennio, e, tuttavia non su un partito chiuso in sé stesso, ma un partito aperto ai cittadini che rafforzasse la sovranità dei cittadini.

Per questo chiediamo che il Partito democratico sappia rendere vero il suo nome.

Solo un partito può camminare su quel ponte che lega il passato col futuro che é rappresentato dalle istituzioni della Repubblica. Solo un partito può essere canale per la elaborazione di un progetto di lunga durata che vada oltre le legislature e i governanti di turno.

Per questo motivo abbiamo affidato la scelta del nostro futuro agli elettori demandando a loro la più importante delle scelte in un partito: la designazione del segretario politico, e allo stesso tempo una assemblea nazionale che dotata della stessa legittimazione e rappresentatività possa bilanciare il potere del segretario, evitando i rischi di un esercizio del potere isolato.

Questa designazione già anticipata nella esperienza delle primarie che in passato si sono svolte a livello di coalizione e di partito, si prospetta per la prima volta come una scelta vera e non semplicemente come la conferma e la validazione di scelte sostanzialmente già predefinite. Noi sappiamo che le parole e le regole non bastano. La nostra stessa esperienza ci ha insegnato che alle parole e alle regole non onorate dai fatti sarebbe spesso preferibile il silenzio. E tuttavia sappiamo che non ci si mette in viaggio senza una meta definita dalle parole e senza regole che guidino il cammino.

Anche se affidato per ora alle parole riteniamo perciò che la scelta alla quale ci apprestiamo sia un risultato di grande rilievo del quale il partito deve essere orgoglioso. In un tempo in cui il nostro paese patisce un restringimento degli spazi della democrazia fino alla sottrazione ai cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti come ora accade a causa della sciagurata legge lettorale vigente per il parlamento nazionale, affidare direttamente ai cittadini la scelta della guida e del massimo organo nazionale del partito é una scelta che da sola dà testimonianza della radicale diversità della nostra idea di democrazia rispetto a quella che domina il campo a noi avverso. E’ una scelta della quale é orgoglioso in particolare chi ha sperimentato direttamente le difficoltà, gli ostacoli, e le legittime incertezze che hanno segnato il percorso per arrivare fin qua.

Come abbiamo detto, nonostante la scelta diretta da parte dei cittadini, di candidati alla guida di amministrazioni locali e regionali e alla stessa guida di organi di partito sia andata moltiplicandosi, e nonostante a livello nazionale già in passato una larga partecipazione abbia dato prova dell’esistenza di una domanda di politica e di democrazia di gran lunga superiore a quella finora raccolta dagli strumenti tradizionali, questa può essere considerata una prima volta.

Questo capita grazie all’avanzamento rappresentato dalla adozione di uno statuto che interpreta e regolamenta l’orientamento verso una democrazia dei cittadini che il partito democratico ha assunto come tratto qualificante fin dalla sua nascita. Questo é tuttavia possibile anche perché, dopo il primo biennio fondativo pur segnato da contraddizioni e ritardi che abbiamo più volte denunciato, anche grazie alla ridefinizione delle appartenenze partitiche precedenti, la scelta é resa ora possibile dalla esistenza di candidature capaci ognuna di rivolgersi all’intero partito e non più solo ad una parte di esso. Anche questo, lungi dall’essere un approdo scontato, é il risultato prezioso di una serie di fattori oggettivi e soggettivi, tra i quali certamente non ultima la generosità, di chi, alzando la mano in risposta alla domanda di rischio e di responsabilità che é all’origine di ogni candidatura, ci chiedono e ci consentono per la prima volta una scelta.

La stessa possibilità di una scelta rappresenta per molti già da solo un risultato e, ripetiamo, certamente lo é. Tuttavia sarebbe un errore, e certamente una occasione perduta se, trattenuti dalla prudenza nell’avanzare o tentati dal ritorno al passato, la scelta si risolvesse in una scelta tra persone.

Noi riteniamo, infatti, che la scelta tra persone per la guida del partito trovi il suo vero significato solo se essa evoca, consente, e sostiene una scelta tra diverse linee di azione politica. Solo questo assicura la pienezza dell’esercizio della cittadinanza, e allo stesso tempo consente di mettere a frutto il percorso che ci attende nei prossimi mesi. Solo questo consente al partito di definire finalmente, nel rispetto della democrazia, un’identità corrispondente al comune progetto di dare vita ad un partito nuovo in modo nuovo.

Ridotto a scelta tra persone, il confronto, pensato per l’utilità del partito e della Repubblica, si potrebbe tradurre all’opposto in uno scontro tra persone e tra gruppi che lascerebbe alle sue spalle ulteriori macerie dando una idea del partito che ognuno di noi rifiuta. Invece di interpretare questo passaggio come un’occasione di avanzamento, ci potremmo trovare alla fine in una posizione ancora più arretrata di quella di partenza.

Per questo motivo, pur riconoscendo gli aspetti comunque positivi presenti in questo passaggio, pensiamo che lungo questo cammino non possiamo stare fermi. Ancora una volta non progredire equivale ad arretrare.

Diciamo questo guidati dalla convinzione che da sempre abbiamo avuto nella necessità del Pd. Lo diciamo sulla base della esperienza di questi anni in gran parte sprecati. Lo diciamo tuttavia anche allarmati dai primi segnali che dentro il cammino che inizia vanno manifestandosi. Se non si interviene tempestivamente e con decisione, la prospettiva sembra nell’immediato quella di una competizione tra aggregati di spezzoni del passato ognuno diviso dall’altro a partire da vicende particolari, e allo stesso tempo privi di una riconoscibile ragione politica comune declinata al futuro.

Il chi, precede di troppo il perché. Comprensibilmente, anche se non correttamente, l’attenzione finisce per concentrarsi sul chi-sta-con-chi piuttosto che sul che-fare. Anche a causa della legge elettorale che, spogliando gli elettori delle proprie prerogative, ha conferito alle segreterie un potere di nomina, il confronto, invece di orientarsi verso una libera scelta espressa a conclusione di una valutazione, sulla base di un giudizio comparativo di natura politica, tende a configurarsi come il posizionamento all’interno di alleanze precostituite, definite in genere sulla base di appartenenze passate, con la preoccupazione di garantire e proteggere chi contribuisce alla vittoria, a prescindere dalla condivisione o meno di una linea politica. Urge mettere al centro del confronto la politica. Non possiamo permetterci di sprecare tre mesi preziosi esaurendoci in un confronto ossessionato dal potere interno che appare estraneo e incomprensibile alle ansie dei cittadini. Ancora più urgente é volgere questo confronto al futuro.

Il riorientamento della nostra attenzione verso il futuro sarà tuttavia possibile solo a partire da un giudizio condiviso sulla nostra passata esperienza di governo attraverso una analisi guidata da uno spirito di verità. La nostra credibilità come partito di governo per il futuro non é infatti compatibile con una superficiale liquidazione della nostra azione passata.

Questo non esclude il riconoscimento del concorso di cause oggettive e di errori soggettivi all’origine del nesso tutt’altro che virtuoso che, con responsabilità di tutti, si stabilì tra costituzione del Pd e esercizio della responsabilità di governo nel quadro di una coalizione già di per sé difficile e complessa.

Per questo motivo, mentre difendiamo nell’interesse degli iscritti e degli elettori, e quindi del partito, il nostro diritto di poter scegliere a ragion veduta, ci permettiamo di rivolgerci a tutti i candidati perché aiutino questa scelta chiedendo se e in che misura condividano alcune convinzioni per noi di fondo, e, nel caso, svolgano dentro lo stesso percorso congressuale la loro azione in coerenza con questa preoccupazione. Queste le condizioni per fare del percorso che ci attende una occasione di crescita:

1. Indirizzare e pensare fin dal primo momento il confronto tra le diverse proposte politiche avanti agli elettori, riconoscendo come protagonisti e primi destinatari della nostra proposta quelli che sono comunque decisori finali: i cittadini, nostri elettori, difendendo e confermando con chiarezza la scelta per il modello di partito aperto attraverso il loro stabile coinvolgimento in elezioni primarie. Solo l’assicurazione che il voto al quale li chiamiamo ad ottobre non sarà l’ultimo può costituire il presupposto di una larga partecipazione. La condizione che la proposta e la candidatura avanzate dispongano tra gli iscritti del sostegno previsto dallo statuto deve essere considerata come la certificazione indispensabile del radicamento della proposta nella esperienza del partito e del sicuro riconoscimento del candidato da parte della comunità dei militanti. Il confronto tra le proposte deve tuttavia rivolgersi e competere per il consenso dei cittadini piuttosto che per l’ultimo tesserato e spesso per l’ultima tessera.

2. Fare di questa occasione un passaggio fondamentale che consenta agli iscritti ed elettori di rimescolarsi a partire dalle diverse idee politiche che legittimamente si contendono il campo, superando così le precedenti provenienze partitiche.

3. Per consentire ai votanti una scelta consapevole, ogni candidato assicuri la riconoscibilità della sua proposta politica, evitando di associare alla sua candidatura una pluralità di proposte, e una pluralità di proponenti, spesso ispirati a linee politiche tra loro disomogenee. Si concentri l’attenzione e il confronto dei cittadini sulla sintesi proposta dal candidato segretario invece di alimentare la competizione e la conta oltre che tra i candidati tra le diverse e contrastanti posizioni dei suoi sostenitori. Si presenti pertanto per ogni candidato una sola lista, e si eviti altresì di riproporre ticket in qualsiasi modalità essi vengano proposti.

4. Rispettare l’autonomia delle regioni. Domande diverse chiedono risposte diverse. I congressi regionali non sono la fase regionale di quello nazionale. Anche se lo statuto prevede la contemporaneità dei congressi regionali con quello nazionale, solo una nitida e coerente contrapposizione di concezioni del partito giustificherebbe la coartazione della autonomia delle singole regioni attraverso il trasferimenti meccanico delle divisioni nazionali in sede regionale.

5. Impegnare il partito attorno all’obiettivo della riforma della legge elettorale assunto come priorità assoluto. Le prossime elezioni politiche non possono avere ancora una volta come risultato un parlamento di nominati.

I punti ora esposti toccano evidentemente solo in parte la gamma di temi che la proposta dei candidati non può non affrontare. La loro natura li propone tuttavia, distintamente e nel loro complesso, come un fondamentale criterio per la valutazione della proposta dei singoli candidati.





YouTube – We Are The Ones Song by will.i.am – Obama

7 05 2009




Il referendum, il paese ed io

25 04 2009

Questo giugno, probabilmente il 21, saremo chiamati a votare per un referendum parzialmente abrogativo dell’attuale legge elettorale che il suo estensore ha definito in una famosa intervista di Enrico Mentana a Matrix come “una porcata”.

Il referendum elettorale si sarebbe dovuto celebrare nella primavera del 2008 ma lo scioglimenti delle camere e l’indizione di nuove elezioni politica, come previsto dalla legge, l’aveva fatto scivolare di un anno.

Il referendum è composto da 3 quesiti come riassunto in questa tabella:

tre_quesiti2047_imgjpgIl primo ed il secondo quesito quindi spostano il premio di maggioranza alla lista elettorale più votata mentre il terzo elimina la possibilità di candidarsi in più regioni contemporaneamente.

Il premio di maggioranza quindi viene dato a quella lista che si è presentata alle elezioni che ottiene più voti su riparto nazionale per la camera e su riparto regionale per il senato. Questo schema, per quanto non curi il vulnus della liste bloccate, è propriamente bipolare incoraggia infatti le forze politiche a creare piattaforme plurali per ottenere la maggioranza per poi raggiunte le Camere organizzarsi in gruppi parlamentari.

Nella pratica questo significa che per avere possibilità di vincere gli attori politici che sostengono una piattaforma comune dovrebbero cercare una sintesi sia in termini di candidature che in termini di programma com’era stato praticato nella composizione delle candidature uninominali del mattarellum.

E’ anche vero che basterebbe una lista del 26 % per ottenere la maggioranza assoluta in parlamento ma questa è un ipotesi accademica che non tiene conto della spinta aggregativa di forza che questo sistema garantirebbe. Per questo motivo ne sostengo il valore bipolare in un momento in cui questo è messo in difficoltà da nostalgici del proporzionale che nella ricerca di una funzione di influenza decisiva dimenticano l’oggettiva difficoltà di portare a termine una legislatura.

Tra le critiche che sento più spesso ce ne sono due ricorrenti che cerco di sintetizzare e di dare una personale risposta:

1. L’aiuto a Berlusconi

vauro_berlusca_napoleone_2006Costruire una legge elettorale che premi una lista in un momento in cui nel paese esiste una forza, il PDL, che ha saputo accentrare i suoi consensi  nella misura del 42% secondo un sondaggio dell’istituto ISPO s.r.l. del 14/4/2009 significa garantire la vittoria a Berlusconi? Ritengo che anche in questo caso si parli per situazioni che non ci sono, per adynaton, che se sottoposti ad un nuovo quadro elettorale non necessariamente è replicabile la debacle assoluta di un intero polo.

Personalmente ritengo invece vero il contrario che è stata proprio l’idea dell’autosufficienza ad indebolire l’idea del centrosinistra che viveva, ammettiamolo, di un vigoroso dibattito interno costretto ad una mediazione continua che in democrazia è un valore.

2.Una migliore legge in parlamento

L’altro appunto è che in un buon passaggio parlamentare si potrebbe costruire una legge migliore. Questa affermazione è assolutamente vera, com’era vero che mezz’ora prima di Morire Lapalisse era vivo. Il parlamento gode certamente dell’iniziativa legislativa eppure è un fatto che dal giorno in cui la legge elettorale firmata da Calderoli è entrata in vigore non è stata toccata, anzi si potrebbe anche sostenere che l’unico motivo di dibattito sull’attuale legge elettorale sia nato proprio in funzione di questo referendum e che senza questa consultazione non solo rimarrebbe lì per sempre essendo in fondo di per se stessa “comoda”.

Il referendum è fissato, 821000 persone l’hanno chiesto con la loro firma e spetta a noi  rendere il cambiamento possibile.

Io sono felice di poter fare la mia parte nel comitato referendario nazionale e farò quanto potrò perchè il risultato sia raggiunto.





Mal Comune nessun gaudio

9 03 2009

a Federazione Nazionale della Stampa Italianacomunica:

“Mal comune… niente gaudio. Con questo slogan le donne dei sindacati vogliono denunciare , in occasione dell’ 8 marzo, una realtà innegabile: neanche la crisi economica è uguale per tutti. La disoccupazione colpisce le donne, ancora più degli uomini, mentre il differenziale salariale aggrava lo stato delle cose.

La Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Cgil, Cisl, Uil e Ugl lanciano un’iniziativa unitaria per segnalare questa disparità costante e crescente e sostenere la necessità di una mobilitazione delle donne e del mondo del lavoro.

Le iniziative già avviate – una lettera in merito al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la richiesta di audizioni parlamentari – e quelle future, e i contenuti approfonditi di una ricerca sulla disparità salariale tra donne e uomini in Italia saranno illustrati in una conferenza stampa dalle rappresentanti di tutte le sigle sindacali lunedì 9 marzo 2009 alle 15 presso la Federazione Nazionale della Stampa, corso Vittorio Emanuele 349, Roma”.





Checksum

31 12 2008

Che tradotto letteralmente significa somma di controllo. Quella di chiudere l’anno che finisce con una sorta di resoconto sembra essere un’abitudine molto diffusa nel mondo dei blog, ma ad essere onesti il registrare lo stato delle cose è una tendenza di tutti gli essere umani, almeno quelli dotati di anima pensante.

Il 2008 ha visto passare sotto i suoi ponti eventi che dovrebbero riempire migliaia di byte di scrittura e che inevitabilmente non troverebbero qui  il giusto spazio per essere ricordati. Ho scritto molto meno dal mio rientro estivo ed in parte questo è dovuto alla mia attività lavorativa che si è rivelata molto più intensa di come mi potessi aspettare e che continua non solo a darmi soddisfazioni ma a lasciare dentro di me pensieri, ragionamenti ed insegnamenti. Una gavetta, spero di poterla definire così, giusta ed avvincente.

E’ stato un anno doloroso per molti aspetti, la caduta del secondo governo Prodi primo segnale che la nostra classe dirigente deve chiarire a se stessa e a noi che ruolo intende avere nella storia del nostro paese perché l’assenza della proposta da fare al paese ed al partito è divenuta sensibile come una vertigine nei mesi che sono venuti. 

Gli errori della classe dirigente anche se con un costo doloroso sono serviti, almeno a me, a comprendere come oggi nel centrosinistra ci sia la necessità di un movimento di passione ed insieme di ingegno per poter disegnare su un foglio bianco quello che non vogliamo dimenticare al costo del conflitto.

Il reboot di un sistema politico è infatti impossibile, non sono carte messe in pila e l’analogia puo’ finire qui. Servono attori di passaggio che sacrifichino se stessi per rendere possibile l’autentica transizione tra un momento e l’altro, come sarebbero dovuti essere i nostri costituenti e come lo furono i costituenti che forgiarono la nostra costituzione repubblicana.

La vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti è per gli Stati Uniti un momento straordinario che ci mostra una storia in movimento, spinta da individui e volontari. Ho seguito ed amato la corsa di quest’uomo ed è stato intorno al tema dell’audacia della speranza che ho ripreso a voler partecipare alla vita politica ma vederlo mostrato come un successo della nostra democrazia mi avvilisce e le ragioni sono talmente chiare che non meritano di essere discusse.

La mia sconfitta elettorale, grande maestra di politica, non mi ha piegato ed anzi mi ha mostrato le debolezze di alcuni aspetti del mio essere persona politica come il contatto diretto con le persone, la ricerca del consenso e tutte quelle barriere culturali che ognuno di noi porta dentro di se ma che devono essere oggetto di un lavoro personale se si vuole veramente essere uomini della Repubblica.

C’è molto da fare in questo 2009, il problema è che non sappiamo come farlo e non siamo obbligati a farlo ed il rischio di ripetere quest’affermazione tra 365 giorni è forte. 

Di affettività ed amicizie non ne scriverò qui ma cercherò di darne prova nel mio vivere.

A tutti voi dico solo 

Keep your eyes on the prize





Beta pensiero

12 12 2008

Dove sono finito? come mai non scrivo regolarmente? Perchè è un brutto difetto ed una mancanza innanzitutto.

In secondo luogo perché mi impegno molto nelle cose che faccio e dedico tempo all’elaborazione e poco alla riflessione della quale ammetto però di sentire mancanza. Vi saluto affidandovi le immagini di quanto sto facendo in questo periodo:





Partenze

17 11 2008

Un caro amico oggi, prima di levare l’ancora verso il Regno Unito ha condiviso con me un pasto, scambiando come sempre pensieri, accrescendo la mia comprensione del mondo e di ciò che lo compone. Ancora una volta scrivo di un’eccezione in un blog nato per parlare di politica, ma questo non sfugge alla ragione politica che si puo’ trovare nel vedere partire dall’Italia per un buon lavoro oltre manica un uomo capace che avrebbe potuto se le condizioni fossero state diverse costruire la fortuna sua e degli altri in Italia. Buon Viaggio

Ancora qui, Laerte?… A bordo, a bordo!

Il vento s’è già assiso da padrone
in cima alla tua vela, e là t’aspettano.
Va’, figlio, con la mia benedizione,
e imprimiti a caratteri di stampa
nella tua mente queste poche regole:
mai non prestare lingua ai tuoi pensieri,
mai prestar mano a pensieri avventati;
gli amici di provata fedeltà
aggràppateli saldamente al cuore
con uncini d’acciaio; ma sta’ attento
a non scaldarti il cavo delle mani
trattenendovi nuovi uccelli implumi
schiusi appena dal guscio.
Guàrdati dal mischiarti in tafferugli,
ma se t’accada d’esservi coinvolto,
agisci in modo che il tuo contendente
abbia a guardarsi bene dai tuoi colpi.
A tutti porgi orecchio, a pochi voce.
Accogli sempre l’opinione altrui,
ma pensa a modo tuo. Il tuo vestire,
per quanto può permetterti la borsa,
sia di buon prezzo, ma non stravagante;
ricercato, ma non troppo fastoso,
ché l’abito rivela spesso l’uomo,
e in Francia le persone di buon ceto
sono assai ricercate nel vestire
ed hanno classe, specialmente in questo.
Non chiedere né dar danaro in prestito:
col prestito si perde, molto spesso,
il danaro e l’amico, e il fare debiti
ottunde il senso della parsimonia.
Ma soprattutto tieni questo in mente:
sii sempre, e resta, fedele a te stesso;
ne seguirà, come la notte al giorno,
che non sarai sleale con nessuno.
Addio, figlio. La mia benedizione
trapianti e faccia maturare in te
questi pochi precetti di tuo padre.