Il lavoro è l’amore reso visibile. (Kahlil Gibran)
Domenica sera si è conclusa la festa dell’Unità di Roma, un appuntamento fisso regolare che ha segnato l’attività del territorio sul territorio di chi la politica la vive carnalmente, di chi l’annusa e la sostiene oltre incarichi e al dilà delle direzioni. Un momento in cui si attraversa uno specchio, come quello di Alice, dimenticando le esasperate importanze dei dirigenti nazionali e respirando le indicazioni di coloro che da anni tengono insieme un mondo e che sanno come intrecciare migliaia di persone in un grande lavoro condiviso.
Ricorderò il 2008 come uno degli anni più importanti della mia vita personale e politica ed un capitolo intero di ricordi e pensieri verrà dedicato a queste notti fatte di lavoro, birre, sudore e sopratutto di parole e pensieri. Alla mia quotidiana attività lavorativa ho desiderato e voluto fortemente aggiungere una presenza alla festa, e non a caso nello stand dei nascenti Giovani Democratici che mi hanno accolto, aiutato, inserito, reso a mio modo utile. La vicinanza, la partecipazione ed il senso di riconoscersi sono stati la continuità nella quale ho vissuto queste ultime due settimane e dalla quale oggi mi sento arricchito e cosciente che insieme a quelle ragazze e quei ragazzi abbiamo intrapreso una delle sfide più grandi che questa nostra storia di democrazia ricordi, la costruzione di una nuova, matura, cultura politica. Ritengo che nulla di quanto fatto e organizzato in questo mese vada sottovalutato o erroneamente identificato nell’abitudine di una delle culture di provenienza, a partire dalla non scontata possibilità di affidare ad una giovane squadra la responsabilità di un’area impegnativa come l’area spettacoli fino al fatto che quello stare insieme non fosse mai casuale ma dettato da scelte di condivisione, di dibattito e di democrazia.
Le storie che ci portiamo dentro, che hanno segnato le vite politiche di tutti noi non devono vedersi negate dal percorso che oggi abbiamo scelto, siamo piuttosto chiamati ad assumerle e a trasmetterle, traendo il meglio da quelle di ognuno. A mio modo ho avvertito la soddisfazione e l’affetto nell’essere chiamato compagno senza ritrarmi come spesso ho visto fare da chi, come me, non ha vissuto quella cultura. Noi, che abbiamo ancora i capelli scuri, siamo chiamati più di altri a costruire insieme nella quotidianità la base politica sulla quale poi dibattere e scontrarci con passione, con la forza degli argomenti sapendo quanto tramite idee diverse desideriamo lo stesso mondo dove non essere felici da soli.
La festa dell’Unità non è una sagra di paese, chi si ferma alle salsicce assomiglia al tonto che guardando il saggio indicargli la luna ne vede solo il dito. La forza di queste esperienza deve, a me l’ha dato, trasmetterci l’urgenza delle sfide che ci attendono: dal salvataggio del partito, che sta imbarcando troppa acqua, fino alla costruzione di una brillante organizzazione giovanile, nella quale si sappiano mescolare violentemente le persone creando qualcosa di nuovo e migliore.
Queste sfide, come mai non era accaduto, per potersi dire compiute devono essere combattute non pensando ad oggi ma guardando ad un risultato che si proietti nel tempo futuro, al di là delle nostre stesse e a volte limitate aspettative.
Se tanto di buono questa festa mi ha dato, allo stesso tempo non posso non guardare con amarezza alle assenze, e all’occasione persa, scioccamente persa da chi ha preferito non esserci o da chi sentendosi troppo colletto bianco ha dimenticato da dove si costruisce il futuro. Un’assenza che non è stata dettata da comportamenti escludenti o da differenti idee organizzative, potrei fare diverse congetture mi limiterò a dire che la considero incomprensibile.
Alle compagne e ai compagni, alle amiche e agli amici direi da repubblicano, non posso far altro che dire grazie per la pienezza delle idee e delle aspirazioni che dietro la fatica, le risate e la musica reggevano ogni cosa. La mia speranza è che qualcosa della mia storia e del mio passato sia rimasto a voi come il vostro a me e che presto sapremo trovare insieme nuove parole per descrivere quel futuro che saprà darci persone da noi legittimate non ad essere “egemoni” ma guide capaci, democratiche in grado di interpretare la passione e il pensiero di una grande unità di cuori e menti.

“Ho conosciuto Gabriele De Giorgi la scorsa estate in occasione dell’incredibile avventura della candidatura di Rosy Bindi alle primarie come il giovanotto che alcuni di noi chiamavano “Scheggia” per la sua notevole rapidità e capacità organizzativa nel quadro di un’impresa circa impossibile: mettere insieme quantità industriali di candidati e firme in una città gigantesca e dispersiva come Roma, nella quale Rosy aveva, certo, un grande consenso diffuso nell’opinione pubblica (emerso poi con l’eccezionale performance rispetto alla media nazionale) ma, in compenso, non aveva nessun tipo di pre-esistente rete organizzativa. Senza candidati e firme come avrebbe potuto esprimersi il consenso diffuso? L’impresa è riuscita e io auguro a “Scheggia” e a tutti noi di riuscire anche in qualche ulteriore miracolo elettorale: perché il Partito Democratico vinca, e perché rimanga democratico davvero.”
Le elezioni sono un momento particolare della vita politica, contribuiscono a identificare i problemi, ad aprire nuovi tavoli di confronto, se vissute con onestà intellettuale sono la prima colonna della vita democratica. La consultazione amministrativa, che ha assunto un importanza maggiore negli ultimi anni grazie ala riforma dell’articolo V della Costituzione e con i provvedimenti sul decentramento, merita un assoluta attenzione al pari di quella che concediamo regolarmente alla Camera e al Senato. Con questo spirito, insieme agli altri candidati del gruppo “
“Parlare di Gabriele De Giorgi significa parlare di un grande amico.
laureato dal 2006, a collaborare al progetto editoriale di Claudio Velardi “Sherpa Tv”, un webchannel di giornalismo e politica dove De Giorgi lavora nella redazione “esteri e difesa”. Un’esperienza importante, se non altro per comprendere che la sua strada è altrove, è nell’amministrazione, ma soprattutto nella discussione e nella partecipazione alla cosa pubblica.Torno a frequentare assiduamente il mio amico Gabriele al termine della sua esperienza di web-journalist, quando nella sua coscienza fa breccia una convinzione fondamentale, espressa sinceramente nel suo operato politico e sociale, quella secondo cui occorre fare esperienza, occorre conoscere, occorre partecipare, per essere in grado di individuare forze e debolezze di un individuo, di un rapporto dialogico, così come di una collettività.Una stazione di posta fondamentale nel percorso si rivela di certo essere il referendum per la legge elettorale, in cui De Giorgi ha occasione di entrare in contatto diretto con quanti, come lui, desiderano muovere verso una democrazia reale, una gestione pubblica che assicuri, su tutti, tre aspetti fondamentali: accessibilità, partecipazione e sostenibilità. Sono questi i concetti su cui, prima come collaboratore dei Democratici, Davvero di Rosy Bindi (agosto 2007), poi come delegato regionale nelle primarie costituenti del Partito Democratico e infine come membro della Direzione Romana del PD, De Giorgi ha impostato e imposta la sua sfida.Un lavoro chiaro e diretto, convinto e senza mezzi termini, un progetto portato avanti con tenacia e con grande fiducia e un passo decisivo, quello della candidatura a consigliere municipale, che veste di un senso preciso un percorso trasparente. Un percorso che De Giorgi ha intrapreso da subito facendo forza sul coraggio che lo ha spinto a varcare diverse porte, creandosi un iter estremamente personale, in cui si dimostra disposto a crescere, ma anche ad assumere responsabilità sempre maggiori.Vuole essere, questo, un augurio rivolto a tutti, perché possano, come me, conoscere a fondo e ammirare un grande amico come Gabriele De Giorgi.” Sergio Lo Gatto
